I diritti del lettore del mio blog

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(Tributo a D. Pennac)



lunedì 15 dicembre 2008

Analogie

Non molto tempo fa, portai Dodò, il bimbo che vedete anche nella slideshow in alto a destra, in un negozio di giocattoli. 

Aveva non più di tre anni.

Eravamo andati lì per comprare un regalo a Peppe e Dodò sapeva bene che non avremmo comprato niente per lui esattamente come io sapevo che alla fine sarei tornata piena di giocattoli per l'uno e per l'altro.
Guardammo tutto il negozio, scegliemmo con cura il regalo possibile, mi consigliò e non fece nemmeno un capriccio.
Per premiarlo di così tanta pazienza e maturità inaspettata, gli chiesi se desiderasse qualcosa.
Lui mi rispose: "Una ruppa piccola piccola, così!" e mimò il gesto con indice e pollice di un giocattolino piccolissimo.

Potrete immaginare perchè decisi di comprargli la ruspa più grande che il negozio avesse a disposizione.

Qualche sera fa, mentre chiacchieravo e prendevo in giro il mio patato, ammisi di non avere la più pallida idea di cosa regalargli per Natale.

La sua risposta fu: "Amore, vorrei che il mio regalo di questo Natale fosse una cosa per te, qualcosa che tu non compreresti mai ma che desideri da tanto tempo. Vederti felice è il regalo più bello che tu mi possa fare".

A voi le conclusioni.

sabato 13 dicembre 2008

E se Salvatores ci facesse l'occhiolino?


E se Rino fosse il nostro vicino di casa, quello incasinato, violento e disgraziato?
E se Quattro Formaggi fosse il famoso scemo del paese?
Quello che tutti imitano e che al bar fanno ubriacare per riderci sopra?
E se Cristiano fosse l'adolescente disagiato, sempre silenzioso, quello che sembra così grande invece è solo un ragazzino?

Ecco la presentazione dei protagonisti di Come Dio Comanda, film diretto da Gabriele Salvatores, tratto dal libro di Niccolò Ammaniti e uscito nelle sale il 12 dicembre 2008.

E questo film lascia intatta la straordinarietà di Ammaniti.
Straordinarietà che prevede che tutti i suoi personaggi (il Michele di Io non ho paura o il Cristiano Biglia di Ti prendo e ti porto via) sembrano poter essere i tuoi vicini, quelli che incontri sul pianerottolo o quelli ben etichettati in paese.

Quelle vite che ci raccontano i tg o che vediamo passarci accanto nei nostri paesi, nelle nostre città, nei nostri quartieri.
Ma quando Ammaniti ci racconta che Cristiano è fuori al freddo, ancora assonnato ma costretto dal padre ad uscire dal letto per sparare al cane che è tutta la notte che abbaia, a noi si gelano le mani, sentiamo il naso freddo e la neve nelle scarpe.
Quando ci racconta la casa dove vivono Rino e Cristiano, noi davvero sentiamo il disagio e il freddo delle mura di casa.

E Salvatores per tutto il film non fa altro che strizzare l'occhio a chi ha letto il libro.
Non fa altro che regalarci dei momenti tutti per noi, per chi riesce a completare un pensiero di Quattro Formaggi o di Ramona Superstar.

E' sempre il Salvatores che siamo abituati a vedere, sia chiaro, con i suoi colori, le espressioni dei suoi protagonisti che solo lui sa scovare, i suoi paesaggi e le sue inquadrature e la sua scelta, questa volta, di girare tutto il film con la macchina a mano (con tutto ciò che ne consegue).

E' il Salvatores che sa trovare le giuste atmosfere (piove per quasi tutto il film e all'uscita dal cinema senti davvero freddo), la volontà ad esempio di non farci capire esattamente dove siamo (centro commerciale, villetta a schiera, cava, fiume).

E' il Salvatores che ci propone le musiche dei Mokadelic, straordinariamente non invasive ed inaspettatamente narrative.

E' il Salvatores che ha eliminato Danilo Aprea del libro per dare spazio al rapporto tra padre figlio e per farci entrare in casa dello "scemo del paese" che noi siamo abituati a vedere così lontano da noi, con il nostro bel lavoro (per chi ce l'ha), con le nostre case calde grazie al riscaldamento centralizzato, con le nostre mamme che sfornano dolci per Natale.

Ecco, appunto, per Natale.
Andate a vedere Come Dio comanda.

E risparmiatevi, per questa volta, il cine-panettone.

domenica 7 dicembre 2008

Bologna con i suoi orchestrali

Bologna con i suoi orchestrali


Perchè alla fine è così che va.
E' il destino di noi emigrati.

Lasciamo il cuore nelle nostre case, nelle nostre regioni...Che diventano automaticamente intoccabili, inequiparabili.

Ma se siamo andati via è perchè inevitabilmente qualcosa che non torna c'è.

E così ci affezioniamo alla città o al posto dove viviamo.
Ci mettiamo a cucinare le sue ricette, a prendere un po' il suo accento, a portare i suoi prodotti come regali natalizi, a cercare di migliorarlo.
Iniziamo a sentirne la mancanza quando siamo lontani, ad abituarci ai suoi odori, ai suoi colori sin da subito.

Nel mio caso, Bologna mi ha accolto benevolmente.
Mi ha fatto ingrassare di qualche chilo con i suoi tortellini, il suo ragù, la sua mortadella.
Mi ha presentato il mio patato e tra i suoi portici me ne ha fatto innamorare.
Mi ha fatto conoscere Morandi.
Mi ha trascinato dentro la strage della sua stazione e nel Vicolo Lauretta.
Mi ha insegnato a voler bene anche alla nebbia e alla pioggerellina incosistente.

Mi ha insegnato ad amarla.
Ed io continuerò a farlo.

venerdì 5 dicembre 2008

Fate l'amore...E basta!



Ecco esattamente cosa intendo io quando sostengo che fare un figlio è qualcosa su cui riflettere molto, una cosa ragionata...Chi sa rispondere alla domanda: perchè in Italia non sarebbe mai possibile mandare in onda uno spot così?



domenica 16 novembre 2008

Manuale di sociologia - parte 1


Andare da Burger King il sabato sera è studiare un po' sociologia.
Ieri sera ho fatto un gran bel ripasso.

Ho incontrato:

1) Biagio Antonacci: a cena con la famiglia, due bimbi e mamma magra e bionda. Ci siamo seduti accanto al suo tavolo senza accorgerci di nulla. Guardandomi intorno nel mentre mi infilavo 14 patatine in bocca, ho aggrottato le sopracciglia e pensato immediatamente: "Io a questo lo conosco!". Ho ripassato mentalmente i colleghi di lavoro, i miei vecchi compagni di università, gli amici del mio patato, gente della tv...Gente della tv! 
Si, ecco dove l'ho visto...
Conferma: lui che dice: "Dai, mangia, finisci tutto!" al bimbo più piccolo con la voce di quello che canta "Liberatemi, liberatelo...Bisogna dire la verità...". Era davvero inconfondibile.
E la prima immagine che Biagio Antonacci ha di me qual'è? Bocca spalancata, 14 patatine in mano e sopracciglia aggrottate...Che sfiga a volte!
La cosa che mi ha stupito di più è che non è stato assaltato. Era da solo, tra noi comuni mortali c'erano sguardi di intesa ma niente autografi, foto con i cellulari o pacche sulla spalla.
Lo abbiamo tutti lasciato a godersi il suo junk food con la sua famigliola.
Amen.

2) Prostituta in servizio: stava lavorando e così è venuta a fare uno spuntino. Stivaloni neri al ginocchio di pelle lucida, tutina super aderente, capelli voluminosissimi biondi, labbra rifatte.
Ha creato molto più scalpore di Biagio Antonacci, camminava talmente tanto ondeggiando che era impossibile non incollargli gli occhi addosso.
Le donne sorridevano, gli uomini si davano gomitate tra loro, i bambini la imitavano.
Dopo un paio di sfilate al centro della sala è scomparsa.
Buon lavoro.

3) Punkettoni: piercing, lobi dilatati, dreadlocks, maglioni e pantaloni di sette taglie più grandi, cani legati fuori.
Strano vedere sicuri no-global mangiare in un fast food americano. 
Ma le catene americane non sono quelle che macellano le mucche troppo grandi, che mettono nei loro hamburger anche la carne della testa, che hanno scarsissimo controlli della qualità?
Carino osservare come la fame colpisca davvero all'improvviso, senza lasciare spazio alle ideologie.

4) Gruppo dark: borchie, creste verdi, ciocche viola, rossetti neri e unghie laccate dello stesso colore, gonnelline di veli, anfibi, catene e kajal marcato.
Fantastici...

5) Io e il mio patato: maglioncino a righe e pantalone taglio a sigaretta lui, maglioncino dolcevita e pantalone taglio maschile io. Ci siamo seduti, abbiamo assaggiato l'uno il panino dell'altro, ci siamo dati un bacio per dirci buon appetito e abbiamo riso per tutta la sera.

Chi è davvero normale?


mercoledì 12 novembre 2008

Yes, I'm a Macuser!


Il 4 novembre è stata una bella giornata.
Una grande giornata.
E’ arrivato il mio nuovo portatile. 
Ah...Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Ma andiamo con ordine.

Punto1) E' arrivato il mio nuovo portatile!

I 13 pollici più belli e utili che io abbia mai visto. Mi sono intestardita, da qui a breve Leopard (il sistema operativo Mac) non dovrà più avere segreti per me. 
E Leopard è davvero fantastico.
Trascurando anche il mitico dashboard (Windows l'ha inserito solo nella versione Vista, prima non sapeva nemmeno cos'era il dashboard), Leopard sembra che mi capisca, sembra che sappia esattamente chi ha davanti: una donna che perde qualunque tipo di file, il cui desktop assomiglia tanto all'interno della sua shopping bag 50x70 cm, che perde il file che ha appena scaricato perchè, appena finito il download, si chiede: "Ma dove l'avrò messo?" e Leopard cosa fa? Te lo tira fuori appena devi allegare qualcosa.
Questa è sicuramente una svolta per me insieme alla ricerca istantanea dei suddetti file dispersi tra le cartelle: cominci a digitare l'inizio del nome del file e...Ta dah! Esce fuori!

Ma per i dettagli tecnici, io rimanderei al blog dell’ingegnere informatico che mi scorazza per casa in ciabatte (www.eugenioleo.it).
Per le minchiatine, continuate a leggere qui.
Il mio nuovo Apple Macbook è leggerissimo (pesa un chilo e mezzo, il mio precedente cinque e otto); è tutto metallo, grigio chiaro con il tastierino nero; ha il monitor sottilissimo, lucido, luminoso incorniciato di nero; è stato costruito in blocco (mi sa che si chiama brick o come lo chiama Apple, unibody), non ha “cuciture”, tagli o lacci; il trackpad non ha click, è tutto intero ed è multitouch: con un dito confermi, con due scorri, con tre back e forward, con quattro sfogli le applicazioni aperte; inoltre è possibile fare zoom in e zoom out con il trackpad…Come l’iPhone!
Vabbè, in parole povere è fighissimo!
Un paio di centinaia di Euro in più ma il nuovo Macbook è tutta un’altra storia..E poi ci fa fare un figurone in treno, in aereo o in pullmann!
Mai vestirsi di giallo, di arancione o di rosa…Non si intonano per niente con i colori del nuovo Apple Macbook!
Niente fronzoli, simbolini sulle lettere della tastiera o adesivi.
Indicatissimo per chi ama la linearità, la stilizzazione, l’essenzialità, la sobrietà.

Punto2) Obama: yes, he can

“Giovane, bello e abbronzato”.
Le parole del nostro presidente del Consiglio, colui che rappresenta la nostra gloriosa nazione in Italia e all’estero, colui che dovrebbe governare sia come volpe che lione dipingono così il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.
Barack Obama è stato eletto lo scorso 4 novembre per governare gli Stati Uniti, per riformare l’assistenza sanitaria, per chiudere il rovinoso e inglorioso capitolo della guerra in Iraq, per riprendere le leggi sulle cellule staminali, per far capire al mondo intero che le “minoranze” possono diventare "maggioranze" se vengono sottovalutate, ignorate, soggiogate, prese in giro e trascurate.
In un post di un anno fa ormai vi raccontavo di come ero diventata supporter di Obama, dalle spillette al magnete da frigo.
Adesso vi racconto quante lacrime ho versato il 4 mattina alle 6 e mezza circa.
Di come mi sono commossa ascoltando il suo discorso di ringraziamento, pensando a come davvero questa volta qualcosa è cambiato.
In una puntata di Willy il principe di Bel Air lo zio Phil diceva a Carlton che sarebbe potuto diventare il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti.
Beh, non è stato Carlton ma un kenyano, trapiantato alle Hawaii approdato ora alla Casa Bianca.
Sebbene la Fox ed Emilio Fede abbiano dato sempre McCain per vincente (forse lo fanno ancora), Obama è riuscito comunque ad interpretare la voglia di cambiamento che si rende sempre più urgente, è riuscito a penetrare il nostro muro di sfiducia, dei “tanto sono tutti uguali”, dei “tanto non cambierà mai niente”.
No, Obama, stavolta può veramente cambiare. 
Qualcosa è già cambiato: gli Stati Uniti, non dimentichiamo, è stato il paese dove i “neri” dovevano sedersi in fondo agli autobus negli anni ’50 e ancor prima erano stati deportati dall’Africa e ridotti in schiavitù. Il cambiamento dicevamo, negli Stati Uniti ancor più: dove le minoranze sono miriadi, dove il meltin’pot non è ipotizzabile ma reale, da China Town al New Mexico, dagli afro-americani ai “nativi”, da Bruce Lee ai ristoranti italiani.
Obama non ci deluderà.
E se lo farà, ci siamo abituati!


sabato 18 ottobre 2008