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(Tributo a D. Pennac)



giovedì 12 giugno 2008

A teatro, ogni tanto

Non solo libri in questo blog.
Oggi parliamo di teatro.
Perchè qualche giorno fa sono stata alla rappresentazione teatrale de "La metamorfosi" di Kafka, invitata da un attore-amico.
Ed è stata davvero una sorpresa.

Autore: da Franz Kafka
Regia: Pietro Floridia
Compagnia/Produzione: Laboratori del Teatro dell'Argine - Sala Gialla, Itc di San Lazzaro (Bologna)

Aggettivo per descriverlo: uno e trino


Chiunque abbia letto "La metamorfosi" di Kafka, riesce a comprendere la complessità delle vite in gioco in quest'opera; a quante interpretazioni si prestano; quanto l'intimità di un percorso personale coinvolga inevitabilmente tutti coloro che ci sono accanto; come la deformità o la difformità facciano paura.
"Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto".
Cosi comincia l'opera; e cosi cominciamo, noi spettatori, ad addentrarci nell'opera.
Come il regista stesso, Pietro Floridia, ha ragguardato, "La metamorfosi" si presta a numerevoli punti di vista: il punto di vista "economico" dell'opera (il protagonista, non può più lavorare e il vecchio padre è costretto a riprendere il suo vecchio lavoro); o Gregor e la sua umiliazione, la pietà verso sè stesso; la rabbia di una famiglia che non riesce più a capire chi è quel mostro che vive nella loro stessa casa; la commozione nel coprirci con lui sotto il lenzuolo bianco nel vano tentativo di allontanare la paura e il ribrezzo.
Sul palco, tre situazioni dello stesso momento, contemporaneamente: tre mamme, tre sorelle, tre papà, tre procuratori, tre Gregor-insetto e tre porte.
La porta diventa, con sapiente regia, uno stargate dell'opera kafkiana: collega il mondo di Gregor al mondo della famiglia, alla realtà, all'interno della quale egli ha vissuto (forse a fatica, svegliandosi alle cinque del mattino, con numerosi viaggi in treno, coincidenze e un lavoro che non ama).
Tre porte per tre metamorfosi, tutte in scena, diventando l'una il tassello dell'altra: le porte della stanza di Gregor, le porte che diventano il divano sotto il quale il mostro si rifugia dagli sguardi impauriti della madre, le porte come mobili da spostare per permettere a Gregor-insetto di camminare più agevolmente sui muri; le porte metafora del peso che si trascina addosso Gregor quando tutti si poggiano su di lui.
Una voce narrante ci accompagna nei brevi passi in cui non è Gregor a parlare.
I costumi sono ridotti nemmeno all'essenziale, è la fisicità a parlarci dei personaggi: Gregor ed il suo corpo contorto, animalesco; la madre in grembiule con le mani sul viso o sulla bocca; la sorella inorridita, in vestito a fiori che porta da mangiare al fratello-mostro ma scappa via come a togliersi di dosso qualcosa di appiccicoso e disgustoso; il procuratore con bastone rotante che irrompe con l'aria di chi aspetta nel giusto; il padre in cravatta con spalle gonfie e occhi furenti.
Ed è proprio la scena del padre esasperato a conquistare ed emozionare la platea: i tre padri di spalle, i tre Gregor accucciati tra le porte-gabbia, il lancio delle mele eseguito in totale ombra, con sole due luci frontali a rendere la drammaticità dell'atto.
Le luci recitano a tutti gli effetti insieme agli attori, ci accompagnano in tutte le interpretazioni della scena, vengono diligentemente scelte e miscelate tra fredde e acide.
Le musiche eseguono un percorso interiore (calme e di ragguaglio all'inizio, di esplosione nei punti corali) e, se vogliamo, storico (dagli archi inziali all'elettronica).
Sul palco tutti attori non professionisti, principianti dei laboratori teatrali con "semplice curiosità culturale, con la voglia di approfondire una passione, o il tentativo di diventare uno spettatore più attento, o la speranza di conoscere meglio sè stessi e ciò che ci sta intorno".

4 commenti:

Elena ha detto...

leggendo questa bellissima recensione, mi sembra di esser tornata a teatro per la terza volta!
Eh si, perchè pure io ci son tornata e posso assicurare che lo spettacolo è stato altrettanto favoloso come nella prima.
Bravissimi i "miei" attori a mantenere la giusta tensione...

Complimenti davvero per questa bellissima recensione. Fa solo un po' senso l'immagine dello scarrafone... ma fa pure un po' di tenerezza... :)

baci
Ele

La Papera Del Lago ha detto...

Grazie Ele per i complimenti!
Beh, se avessi avuto delle foto "decenti" ne avrei messa una della compagnia...Ma sapete tutti com'è andata! Quindi, via libera allo scarrafone con la mela sul dorso!
Grazie ancora per essere stata qui e ripassa quando vuoi!

giulia zeta ha detto...

Ola Paperina. Anche tu emigrata come me da un'altra città.... forse capisci perché mi manca tanto BO. Non che qua manchino i teatri, ma manca lo spirito giovane, l'entusiasmo (i sardi mi spezzeranno le gambe...). E manca la solidarietà SOCIALE E LAICA.
gz.

La Papera Del Lago ha detto...

Beh, in questo senso è eloquentissimo il tuo post "Il ponte dei suicidi"...Bologna è una città meravigliosa da questo punto di vista, offre tantissime modalità di aggregazione sociale, tante che devi per forza operare una scelta...Teatri sperimentali, gruppi studenteschi, movimenti culturali di ogni tipo, associazioni di idee e di persone!
Ma non ti nego che la città è una dimensione che inizia a stancarmi un po'. Ho sempre pensato di vivere in provincia, in una dimensione più piccola, più mia, magari in campagna.
Chissà...
Un caro saluto!